Una vita sulle strade degli ultimi: dalle periferie fiorentine alle favelas brasiliane
Toscana Oggi, 13-03-2022, Antonio Lovascio
Quanti appellativi, tutti appropriati, hanno accompagnato la vita di don Renzo Rossi (1925-2013), sacerdote fiorentino sempre accanto agli ultimi. Il prete-giramondo che per vent’anni, fedele interprete del Vangelo, tra il 1965 e il 1989 ha esportato la sua vocazione missionaria nelle favelas e a sostegno dei detenuti politici del Brasile, proiettandola poi – una volta rientrato a Firenze – anche in Mozambico, Terra Santa e India.
Il cappellano di fabbrica che, mentre svolgeva le sue prime esperienze pastorali nelle parrocchie periferiche della diocesi, sulle orme di don Borghi, don Fanfani e don Rosadoni incominciò ad assistere i lavoratori del Gas di Rifredi, quelli delle Ferrovie di Porta a Prato e della Fiat, negli anni carichi di tensioni sociali in cui il sindaco Giorgio La Pira riuscì comunque a salvare il Nuovo Pignone e la Galileo. Il prete-ciclista (grande fan di Gino Bartali) che con la sua bici ha sfrecciato fin che ha potuto per le vie fiorentine. Il prete appassionato pure di calcio (è stato cappellano della Fiorentina), affascinato da Pelè e dal Maracanà, e che custodiva come un tesoro la maglia azzurra di «Pablito» Rossi, portatagli in dono a Salvador Bahia
dal cardinale Giovanni Benelli e da don Ajmo Petracchi appena conclusi i mondiali del 1982 in Spagna, vinti dall’Italia. Un prete amante ancor più del cinema e della musica classica, che quando poteva la ascoltava dal vivo in teatro o altrimenti alla radio o con il giradischi.
Ma don Renzo è stato soprattutto un presbitero fedele alla Chiesa per la quale, diceva, «ho cercato di dare tutto me stesso, la mia pochezza, la mia bischeraggine, il mio modo di essere». «Gioioso e obbediente», nel ricordo del suo ultimo vescovo: «Ho una grande ammirazione per questo piccolo prete, che per me rappresentava una sintesi del meglio del clero fiorentino sbocciato dall’eredità del ministero episcopale del venerabile Elia Dalla Costa: tanta fede, intelligenza vivace, apertura verso tutti, servizio generoso, coraggio apostolico». Sono le parole scolpite nella prefazione che il cardinale Giuseppe Betori ha scritto per il libro di Andrea Fagioli (Edizioni Sarnus) che supporterà la mostra fotografica «Don Renzo Rossi, prete di Firenze, cittadino del mondo. Viaggio fotografico di una vita sulle strade degli ultimi, dalle periferie fiorentine alle favelas brasiliane», allestita dal
19 marzo al 3 aprile nel Chiostro grande della basilica della Santissima Annunziata. Parole che richiamano quelle fraternamente pronunciate dal card. Silvano Piovanelli il giorno delle esequie, il 27 marzo 2013: «Tu non hai mai rotto con nessuno, e hai saputo pazientare con l’apertura di ascoltare tutti, anche i ribelli e i contestatori, ma sempre con la fedeltà più rigorosa alla Chiesa fiorentina e ai suoi arcivescovi».
Quello composto da Fagioli (già direttore e tuttora collaboratore di «Toscana Oggi» nonché autorevole critico televisivo di «Avvenire») è il ritratto più completo di don Rossi che finora abbiamo potuto leggere. Una narrazione che passa dalle sue stesse parole, accuratamente raccolta per una vita in 750 «quaderni». Un sorprendente e inesauribile diario lungo settant’anni, custodito almeno 30 mila fotografie dall’Associazione degli Archivi di cristiani nella Toscana del Novecento (Arcton) presieduta da Piero Meucci, che con la Fondazione La Pira ha appunto organizzato la mostra. Attraverso i fatti autobiografici e le notazioni di don Renzo ripercorriamo momenti significativi della storia della Chiesa fiorentina dal 1943 fino al 2012.
Renzo Rossi, prete
Una vita sulle strade degli ultimi, dalle periferie fiorentine alle favelas brasiliane