Condanna ed esilio di un fuggiasco
Tempo Presente, 01-01-2022, Angelo Angeloni
Nel Gennaio 1302 Dante era a Roma, trattenuto da papa Bonifacio VIII (o era sulla via di ritorno), quando Cante dei Gabrielli da Gubbio, nuovo podestà di Firenze, lo citò, insieme ai priori degli ultimi due anni, a comparire davanti a lui per rispondere ai reati (non provati) di baratteria, concussione, estorsione, opposizione al papa ed altro, Dante non si presentò. Prima condanna: pagare 5000 fiorini piccoli. Non pagò nulla. Due mesi dopo, il 10 Marzo, la seconda condanna (a morte). La sentenza era chiara: non essendosi presentati e ritenuti, quindi, per loro contumacia,
rei confessi, chiunque di essi, in qualunque momento venisse in potere del comune, sia bruciato vivo (igne comburatur sie quod moriatur). Inizia l'esilio quasi ventennale, che ha segnato la vita e l'opera del poeta; un esilio tanto più doloroso, quanto più grande era il suo amore per Firenze.
Di questo esilio tratta il breve libro di Riccardo Nencini, Condannato a morte; o meglio, come precisa il sottotitolo, del viaggio di Dante tra Toscana e Romagna. Poche pagine, che si leggono col piacere d'un racconto in cui ieri e oggi si mescolano come annullando il tempo, e una
scrittura, quasi un parlare corrente, va come ad alleggerire la tragedia dell'esilio. Un racconto in cui la tristezza dell'esule si fonde con quella d'un paesaggio montano quasi immutato, ma che forse gli ha ispirato albe e tramonti, aurore e crepuscoli, fiumi e foreste, sentieri aspri e piani, estate e inverni, primavere ed autunni, poeticamente trasfusi nel mondo spirituale della Commedia, dove l'esule terreno diviene pellegrino d'un altro viaggio durante il quale incontra pure i personaggi allora incontrati, ma ora visti secondo un giudizio che trascende la storia.
Condannato a morte
Il viaggio di Dante tra Toscana e Romagna