I colori di Arlecchino. La Commedia dell’Arte nelle opere di Giovanni Domenico Ferretti
Commedia dell’arte, 01-01-2020, Elena Mazzoleni
Nel 2020 lo Spazio Mostre Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze ha ospitato l’esposizione I colori di Arlecchino. La Commedia dell’Arte nelle opere di Giovanni Domenico Ferretti. Fabio Sottili ne è stato il curatore e l’autore del relativo catalogo. Edito presso l’editore fiorentino Polistampa, il volume riproduce l’intera collezione e propone un saggio introduttivo, Ferretti, regista del buonumore: arlecchinate, caricature e affini (pp. 117), inteso non soltanto a presentare le opere ma anche a ricostruire il contesto artistico e culturale in cui ha operato il loro autore.
Collocate originariamente nel Gabinetto degli Arlecchini della Casa della Commenda di Ponte Vecchio di proprietà della famiglia Sansedoni, le sedici tele di Giovanni Domenico Ferretti dedicate ad Arlecchino sono state trasferite successivamente nel Palazzo affacciato su Piazza del Campo a Siena, dove sono rimaste fino al loro acquisto, nel 1984, da parte della fondazione Cassa di Risparmio di Firenze.
Dopo un intervento di restauro complessivo, l’esposizione si propone di presentare al grande pubblico anche opere meno note di Giovanni Domenico Ferretti, pittore toscano attivo intorno agli anni Quaranta del Settecento. Egli lavorò in modo continuativo per la committenza della famiglia Sansedoni originaria di Siena, ma strettamente legata al governo fiorentino.
Nella sua Casa della Commenda di Ponte Vecchio Orazio Sansedoni allestì un ‘gabinetto degli Arlecchini’ interamente
occupato dal ciclo di tele di Ferretti dedicato alla maschera di Arlecchino, le Disavventure di Arlecchino e Pulcinella.
I temi che interessano le opere sono l’amore tra Arlecchino e Colombina, la famiglia di Arlecchino e i suoi travestimenti. Naturalmente la chiave di lettura delle tele resta quella riservata alla committenza: le maschere accompagnano spesso nobiluomini, in cui si riconoscono i committenti. Arlecchino appare molto spesso in compagnia di Pulcinella, una maschera molto cara al pittore per i motivi che ispira, intrecciati a quelli del poliedrico Arlecchino. Ora goffo, ora vorace e ancora agile e arguto, l’Arlecchino di Ferretti è assolutamente in linea con la caratterizzazione scenica tradizionale dello Zanni.
Secondo Sottili, Arlecchino è infatti «delineato con teste di carattere, forme piene e dinamiche, dalla gestualità teatrale».
Il saggio di Sottili non si limita a ricostruire il clima artistico fiorentino, ma si sofferma anche su quello teatrale, attraversato da ispirazioni europee portate dal Gran Tour, entro cui tra l’altro opera Ferretti. Nei quadri-arredi di Arlecchino si ravvisa chiaramente l’iconografia della Commedia dell’Arte fissata dagli artisti della corte dei granduchi di Firenze: Jacques Callot, Baccio del Bianco, Antonio Tempesta e Stefano della Bella.
Fra le fonti pittoriche, si riconoscono le influenze sia di Crespi per la tensione verso una certa giocosità e bizzarria; sia di Zocchi per i temi carnevaleschi
senesi. Toni e argomenti che richiamano con evidenza esperienze d’oltralpe. L’atmosfera delle tele del contemporaneo Antoine Watteau dedicate alle feste del carnevale veneziano, agli attori e alle maschere della Commedia dell’Arte è immediatamente riconoscibile.
Le fonti teatrali sono invece più incerte. L’ispirazione di Ferretti viene dai canovacci o da interpretazioni accademiche? Secondo l’autore del catalogo, per il ciclo di Arlecchino è verosimile pensare a una rappresentazione vista nel 1746 al teatro del Cocomero di Firenze, tenendo pur sempre conto dell’assidua frequentazione da parte del pittore dell’Accademia dei Filodrammatici del Vangelista e del teatro dell’Acqua. Quest’ultimo decisamente legato alla messinscena di commedie ridicolose vicine al repertorio goldoniano.
Un percorso espositivo ricco quello dedicato a Ferretti, in grado di riflettere la fortuna passata e attuale delle arlecchinate. Una fortuna non solo fiorentina ma anche internazionale. A questo proposito, il curatore della mostra non solo individua un’ulteriore serie di arlecchinate settecentesche presenti a Firenze e di paternità ferrettiana, a testimonianza peraltro del successo del pittore presso la nobiltà fiorentina, ma rintraccia le migrazioni internazionali di Arlecchino. Oggi è infatti possibile ritrovare la maschera protagonista di collezioni d’oltreoceano, come quella del John e Mable Ringling Museum di Sarasota (Florida).
I colori di Arlecchino
La Commedia dell’Arte nelle opere di Giovanni Domenico Ferretti