I castelli di Dante, posti privilegiati
La Provincia di Sondrio, 01-11-2021, Guido Scaramellini
Il libro di Maria Cristina Ricci analizza i modi in cui il poeta descrive le fortificazioni. «Ai suoi tempi erano diffusi come i nostri capannoni e lui aveva un lessico ricchissimo»

L’augurio è che l’anniversario della morte di Dante ci lasci qualcosa: con precedenti anniversari non è tutto sommato accaduto altrettanto». Così Franco Cardini, noto storico e saggista italiano, nella presentazione del tascabile “Le parole del castello nelle opere di Dante Alighieri”, fresco di stampa presso Mauro Pagliai editore in Firenze (euro 8). Ne è autrice Maria Cristina Ricci, che ha dato un suo contributo originale in questo anno dedicato al settimo centenario della morte del grande poeta italiano e in questa fioritura di studi danteschi.

Profondità sorprendente
«L’abbondanza dei termini riconducibili direttamente o indirettamente alle fortificazioni medievali – scrive ancora Cardini nella sua articolata prefazione – è d’un’ampiezza, di una profondità e di una serietà sorprendenti: essi invadono l’architettura, la tecnica militare, la balistica, l’ingegneria, la matematica, la storia religiosa, l’arte venatoria, il linguaggio nautico e moltissimi altri àmbiti». Un approccio nuovo, limitato ai riferimenti castellani, che sono più numerosi di quanto ci si può aspettare, anche se – come scrive l’autrice nelle prime pagine – solo la prima cantica della Divina Commedia «è ricca di riferimenti all’architettura castellana e agli scontri armati, contrariamente alle altre due cantiche, dove i termini riconducibili a lotte e conflitti armati mancano totalmente o sono impiegati in modo simbolico». Ma l’indagine non si limita alla “Comedia”, comprendendo
anche il dramma amoroso, pur di attribuzione discussa, “Il Fiore”, dove l’assedio è rivolto alla donna amata. Nell’attenta analisi l’autrice sottolinea la competenza lessicale di Dante, che può rifarsi plausibilmente all’esperienza diretta, da lui vissuta.

Parte del paesaggio
«Le fortificazioni murate – scrive – erano entrate a far parte del paesaggio di Dante tanto quanto a noi moderni appaiono capannoni, aree di servizio, centri commerciali». La partecipazione del ventiquattrenne fiorentino alla battaglia campale di Campaldino contro i ghibellini aretini e alla conquista del castello di Caprona nel Valdarno pisano spiegano come termini e riferimenti legati alle fortificazioni e all’uso delle armi entrano «a far parte del lessico per esperienza diretta».

Nell’Inferno
Venendo ad alcuni passi del volumetto, mi piace riportare a mo’ di esemplificazione quanto la Ricci annota relativamente al primo incontro della parola “castello” nel quarto canto dell’Inferno: «Scortato dai massimi poeti del mondo antico, Dante giunge ai piedi di un castello cinto di sette cerchie di mura e circondato da un fossato acqueo. All’interno vagano due gruppi distinti di anime, sul prato verde-smalto i personaggi dell’Iliade e dell’Eneide, accanto a illustri Romani e al sultano d’Egitto, mentre il pendio più in alto accoglie i grandi filosofi greci e latini e gli scienziati, ossia il Pantheon culturale di riferimento di Dante. Il castello è dunque la metafora di un luogo privilegiato, inondato di luce, al contrario della penombra del Limbo: in tale modo Dante esprime il suo desiderio di vedere in qualche modo riconosciuta la grandezza di questi Spiriti Magni,
così duramente colpiti da una dottrina religiosa che non ammetteva deroghe ai suoi dogmi».Valga questa lunga citazione come saggio dell’analisi contenuta nel lavoro, che dal termine relativo alle fortificazioni arriva a illustrare aspetti della “Comedia” e intenti dell’autore.
Un capitolo, verso la fine, è dedicato alla questione della lingua, dove Dante utilizza vocaboli e locuzioni dell’uso quotidiano, tratti dai dialetti toscani, siciliani e padani, accanto a neologismi colti, derivati dal latino. Non manca di ricordare l’autrice un fatto singolare della lingua italiana, che tanto deve a Dante e alla popolarità del suo Poema. Al contrario del francese e dell’inglese letterari del XIII, ma anche del tedesco (aggiungo io), che oggi risultano ai più quasi incomprensibili o comunque di difficile comprensione, l’italiano, grazie a Dante, è meno lontano per chi ancora oggi lo parla.

Il “Convivio”
E questo avviene non solo grazie alla Divina Commedia, ma anche al “Convivio”, dove Dante utilizza e codifica i termini fondamentali della scienza del suo tempo: dalla metafisica all’etica, dalla logica alla geometria, dalla medicina all’astronomia e alla musica. Lo stesso avviene per i termini relativi ai castelli e alle fortificazioni in generale. Ricordando i dieci anni trascorsi nel direttivo della sezione Lombardia dell’Istituto italiano dei castelli, Maria Cristina Ricci ha voluto dedicare l’opera alla memoria di Graziella Colmuto Zanella, appassionata docente di Storia dell’architettura e figura luminosa che della sezione fu per tre mandati consecutivi entusiasta presidente, aprendo l’istituzione anche al di fuori dell’ambiente accademico.
Le parole del castello nelle opere di Dante Alighieri