Nel cerchio dei Golosi. Mettiamoci a tavola come ai tempi di Dante
Reality Magazine, 01-04-2021, Alfredo Scanzani
Fu durante un banchetto, organizzato nel 1216 fra nobili e cavalieri fiorentini nella Rocca Strozzi di Campi Bisenzio, che un giullare – su ordine del padrone di casa – fece sparire con destrezza il ricco tagliere che Buondelmonte de’ Buondelmonti aveva sotto il naso. Il troppo vino bevuto trasformò lo scherzo in offesa, le urla sparecchiarono l’allegria, la brigata si divise in due fazioni e la tavola divenne terreno d’offese. Non contenti, se le dettero di santa ragione. L’ospitante Oddo Arrighi restò ferito e, come riparazione, la sua parte pretese che Buondelmonte sposasse la figlia degli Amidei. La pace durò un niente perché il rissoso giovanotto, invece di presentarsi all’altare, si fidanzò con un’altra, firmando così la sua morte. Pochi giorni dopo, infatti, la mattina di Pasqua, venne ammazzato sul Ponte Vecchio. A questi fatti si fa risalire la divisione della città in guelfi e ghibellini, con la marea di guai che patirono soprattutto le classi meno abbienti, costrette a seguire alleanze e decisioni sanguinarie dei banchieri e dei
mercanti che governavano le sorti di Firenze. Magnati tanto ostinati, leggiamo Nel cerchio dei golosi. A tavola ai tempi di Dante (Maria Concetta Salemi, Mauro Pagliai editore), che decisero di distinguersi persino nel gustare il cibo. «Si narra – conferma la Salemi – che Guelfi e Ghibellini avessero regole diverse a tavola: mentre i primi sistemavano le posate sulla destra e spezzavano di lato il pane, i secondi disponevano le posate in obliquo sul tavolo e tagliavano il pane di sopra o di sotto».
Ai tempi di Cacciaguida, trisavolo dell’Alighieri, era sobria pure la tavola, e la Salemi ne sintetizza la semplicità con due ricette, una a base di rape, pane, brodo di carne e cacio grattugiato, la seconda con lenticchie e maiale. Palato e comportamento di Dante, che tenne di certo presente gli insegnamenti, per sé e nello scrivere la Commedia, che il suo maestro Brunetto Latini tramandò nell’allegorico Tesoretto, condannando ingordi e avari, esaltando liberalità e cortesia. Un accenno: «E tegno grande scherna chi dispende in taverna; e chi in
ghiottornia si getta, o in beveria, è peggio che omo morto e ’l suo distrugge a torto. E ho visto Loggia del Bigallo, la più antica visione di Firenze (XIV sec.) persone ch’a comperar capone, pernice 63 e grosso pesce, lo spender nolli ‘ncresce: ché, come vol sien cari, pur trovansi i danari, si pagan mantenente, e credon che la gente lili ponga illarghezza; ma ben è gran vilezza ingolar tanta cosa che già fare non osa conviti né presenti, ma colli propî denti mangia e divora tutto: ecco costume brutto!».
D’altra parte, «la gola e la lussuria che esponevano la gente di Dante al pericolo dell’Inferno, non sono forse ancor oggi pericoli che proprio per la loro piacevolezza sappiamo di dover tenere a bada?» rammenta lo stesso Franco Cardini nella presentazione del testo della Salemi pubblicato in occasione dell’Anno dantesco. E a proposito del settecentenario della morte del Poeta, segnaliamo il viaggio dal Falterona al mare (La Divina Toscana, Mario Lancisi, Sarnus), alla scoperta di diversi «luoghi di Dante Alighieri». 
Nel cerchio dei golosi
A tavola ai tempi di Dante