Un filo rosso
Corrispondenza, 06-07-2021, Silvano Sassolini
Siamo a Reggello, nei turbinosi e torbidi anni 1943-1945. Ma prima ancora di entrare nello specifico del presente lavoro converrà spendere due parole sull’eccezionale impegno delle due AA. nella ricerca di notizie sia presso fonti orali ma soprattutto nei tanti archivi pubblici (compresi quelli ecclesiastici) da esse minuziosamente indagati e studiati. Il risultato è, per così dire, di consistente validità storica, oseremmo dire scientifica. Siamo a Reggello, si diceva, e l’indagine si sviluppa in tre diverse direzioni ma ne emerge un quadro fortemente unitario entro la cornice asfissiante e criminale degli occupanti tedeschi.
La prima parte – L’interprete – è la vicenda (quasi ai limiti del romanzesco) di una ragazza ebrea, Elisabeth Schiller, nata a Praga nel 1922 e catapultata in Valdarno dove rischia continuamente di essere scoperta e deportata, e che troviamo poi interprete delle truppe di occupazione alleate. Fu anche una spia? Di certo sappiamo che sarà nascosta ai Bagni di Cetica, battezzata e poi sposata, poi ancora cittadina del mondo... quasi un personaggio, insomma, in cerca di uno sceneggiatore che da questa storia potrebbe certamente ricavare molto materiale per un intrigante lungometraggio.
La
seconda parte – Gli Alleati – ricostruisce gli ambienti e le vicende del territorio reggellese alle prese con un problematico ritorno alla vita democratica sotto l’ombrello delle truppe alleate (inglesi). Dalle costanti difficoltà di approvvigionamento alimentare all’emergente problema delle epurazioni, dalle polemiche ideologiche dei nuovi partiti politici al ruolo svolto dal Comitato di Liberazione Nazionale... Pagine difficili della nostra storia, a Reggello come altrove, con i duri – sanguinosi – colpi di coda dell’esercito tedesco in ritirata ma che le due AA. ci raccontano con serena obiettività lasciando parlare i numerosi documenti rimasti. Dopo oltre un ventennio che tanti vogliono dimenticare, ora c’è da ripartire (quasi) da capo: sanità, scuola, viabilità, ordine pubblico, fiscalità, ecc., sotto lo sguardo e il controllo sempre meno stringente degli Alleati.
La parte finale – Gli internati – getta luce su un aspetto della guerra fra i meno conosciuti, quello dei “nemici” del fascismo (ad es. quasi tutti gli stranieri) e come tali da rendere inoffensivi mediante il loro raggruppamento in campi di concentramento (come Renicci di Anghiari) oppure destinati al confino in località
isolate o comunque considerate militarmente poco strategiche. E Reggello è considerata tale... Fra quanti, soprattutto slavi, sono costretti a vivere in regime di semilibertà e dei quali si tracciano i principali tratti biografici, la ricerca si focalizza poi su Miloš Lokar, antifascista come tutta la sua famiglia, nato a Lubiana nel 1921 e – dopo che la Slovenia è diventata territorio italiano – confinato prima in provincia di Novara e poi sull’isola di Ventotene dove entra nella cerchia di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi ed assiste (partecipa?) al dibattito sull’auspicato futuro federalismo di un’Europa finalmente pacificata e dal quale scaturisce la prima elaborazione del cosiddetto Manifesto di Ventotene. Il giovane sloveno ha però seri problemi di salute, chiede ed ottiene di poter essere trasferito a Reggello dove è internato un cugino, qui arriva il 6 maggio del 1943 ma la tubercolosi non gli lascia scampo: morirà nell’ospedale di Figline il successivo 13 ottobre e sarà sepolto nel cimitero di Reggello.
Chiude il volume un’interessante scheda sui capi del comune valdarnese dal 1920 al 1946, quando finalmente Reggello avrà nuovamente un sindaco liberamente eletto. 
Un filo rosso
Guerra, spie e il sogno di Ventotene