Sono maghi quelli che ci lasciano opere
Cultura Commestibile, 05-06-2021, Paolo Marini
Un titolo da pagina di enigmistica (“Mille millepiedi in fila”, Firenze, 2021), quello che il musicista Paolo Zampini ha assegnato alla propria raccolta di poesie. Così sospinge il lettore a curiosare: che vorrà mai significare? Per avere la risposta, dovrà ben inoltrarsi nel cuore della foresta di versi, là dove i “Mille millepiedi” possono diventare “o solo piedi / o solo mille” e, nella misura in cui “spezzettiamo quindi / riduciamo tutto a frammenti / insipidi...”, la poesia pare chiedere il significato perfino a se stessa. E allora con “Mille” o con la radice/ base della parola mille, Zampini gioca a lanciare ipotesi (“Mille / valore assoluto / o approssimativo / anche iperbolico / Mille e non più Mille / crede il Millenario / Millesimato è alcolico / i Mille che partirono / millantavano...”): la sorte è comunque la scomposizione, la perdita dell’unità (“... i Mille poi sbarcarono / in mille rivoli / si dispersero”). A dispetto di ciò, la silloge racchiude un flusso articolato ma ininterrotto di versi (le poesie sono tutte acefale, senza quella testa/titolo che recuperano soltanto per l’indice) che esprime – è questa, forse, la considerazione di maggior sintesi che si può fare - quel logos che si distende/sviluppa nel tempo della vita interiore, che ‘è’ la vita interiore. Dove c’è spazio per una ironica spavalderia (“Potrei cavalcare via / come un giovane eroe / senza corazza e armi / mordere con un grido il culo al giorno”) e prorompe/regna il desiderio (“Muoio di desiderio / si specchia nei tuoi occhi / nei nostri sensi... ”), dove si dispiega il gioco incognito dell’amore (“Talvolta
ti soffermavi a guardare il cielo / o lo specchio di una vetrina / per vedere se poi, alla fine / sarei arrivato / davvero.”); in cui ha da prevalere non già la vita vissuta ma quella che si vive ‘hic et nunc’ (“Dei tetti imbiancati / hai colmi gli occhi d’infanzia / non li distingui / non li ricordi tutti / sono di neve / magica e silente / coperta, ora / dal tuo profumato / abbandono di donna“) e la noia cospira a generare relazioni (“Nella tragedia notturna / nel perdurare dell’attesa / (…) / al risveglio / nessuna preda da contendere / si incateneranno reciprocamente / i ragni / con prodigiosa pazienza / per non morire di noia”) che, ben lungi dal ridurle, semmai articolano nuove domande di senso (“... cosa ci stiamo a fare, noi due / sotto le bombe / quando potremmo / regalarci una licenza a vita”) e di conferme (“Mandami messaggi / ti prego del tuo amore...”). Poi la decisa accettazione della sfida (“...Saltare ha un colore intenso di morte / o di splendore / Saltare odora di te / Saltare e basta”) e lo slancio vitale (“Il nostro viso / è silenzio d’anima / che sorride / ad un arcobaleno / generoso di follie”) si avvicendano con la coscienza di una irraggiungibile pienezza (“... Che sofferenza però rincorrere il vento / che non si lascia mai prendere”), con i fantasmi del passato (cui ci lega una “mielosa memoria / spolverata di ruggine”), con la scoperta di paurosi deficit (“siamo vite senza vita”, oppure: “Facciamo conto / che palpando il singolare vuoto / che si è creato tra noi...”) e con una specie - neppure rara - di disperazione da solitudine (“Dentro all’alba /
che ho raggiunto / insonne / anche un finto amore andava bene / perché è insopportabile / la notte fatta di silenzio / e di nulla ...”). E dinanzi all’esperienza della morte (“... aspettai, Christine / inutilmente / emergere la tua voce / nella speranza della domenica mattina / era quello, l’addio ...”) è il coraggio, sì, ma di una imprecazione, di una preghiera, senza confidare davvero “che ci sia qualcuno o qualcosa / ad accogliere tutto”: qui si circoscrive l’area spirituale/esistenziale in cui si muove il poeta, che allora può riscattarsi soltanto con la “consolazione dell’arte”, che è ciò che “ci aiuta a vivere / in eterno / in solitudine...”; e “sono maghi, quelli che ci lasciano opere / che sanno tramandare la ragione, una sola / quella ragione per cui valga la pena / varcare il confine”. Quanto alla poesia, mentre talora si fa come sommergere da passi di compiaciuta indecifrabilità (“intesseremo una scultura / sulla croce del tempo / ne guarderemo il profumo / ne stringeremo la fiamma ...”?) e in ogni caso carichi (”... circondati da allucinate premonizioni / troveremo, annaspando / sabbia e terra umide / oppure potremo evocare uno spirito / che sguazza in correnti maligne / mai sfiorate”), dà il meglio di sé quando, liberata da orpelli, porta ed emersione la verità, semplice; quando, per meglio dire, una sorta di minimalismo esistenziale pervade l’areale della scrittura (“... la differenza / è che sei giovane e io no / e voglio fare quello che voglio / a fare a meno di tutto / se lo farò / in questo tempo che mi resta / nessuno si accorgerà di niente / nemmeno tu”).
Mille millepiedi in fila