Maioliche di Montelupo. Stemmi, ritratti e “figurati”
Faenza, 01-01-2020, Luca Pesante
La competenza con cui Carmen Ravanelli Guidotti ha percorso una pagina di storia della maiolica per certi versi estranea alla sua esperienza faentina, mette di nuovo in luce – qualora ce ne fosse ancora necessità – la sua eccezionale abilità di indagine critica dei molteplici aspetti della maiolica italiana. Questo volume segue un primo edito nel 2012 dal titolo Maioliche “figurate” di Montelupo nel quale erano presi in esame gli “arlecchini” seicenteschi e le maioliche istoriate montelupine appartenenti ad una raccolta privata. Due saggi introducono le schede di catalogo ed arricchiscono il volume: il primo di Marino Marini, conservatore delle ceramiche presso il Museo del Bargello, circa Un’esperienza atipica a Montelupo, la bottega del “Tridente”, il secondo di Carmen Ravanelli Guidotti su Stemmi, ritratti e “figurati” nella maiolica di Montelupo.
La bottega del “Tridente” viene così denominata per un gruppo di maioliche (inclusi scarti di fornace) marcate sul verso con il segno del tridente. Marino Marini ha ricostruito puntualmente i possibili autori e i percorsi che da Faenza con ogni probabilità li hanno condotti nel Valdarno negli anni ‘20 del Cinquecento, non solo a Montelupo (probabilmente anche a Cafaggiolo).
Segue la corposa disamina di Carmen Ravanelli Guidotti che, come l’Autrice stessa sottolinea nelle prime righe, prende le mosse come «punto di partenza imprescindibile» dal monumentale contributo di Fausto Berti sulla Storia della ceramica di Montelupo. Nel saggio, i temi stemmi, ritratti e “figurati” sono presi in esame mediante la pubblicazione di una grande quantità di ceramiche inedite e in collezioni private,
che rappresentano un nuovo e utilissimo strumento di studio. L’araldica occupa uno spazio privilegiato grazie a tutte le implicazioni storiche che tali elementi iconografici recano con sé. Ma è forse il capitolo sul figurato a meritare un’attenzione particolare perché sviluppa, a nostro avviso, le multiformi competenze dell’Autrice. Grazie all’analisi di opere inedite vengono isolate le fisionomie artistiche di alcuni maestri e delle loro fonti iconografiche: Pittore di Muzio Scevola, Pittore della Bibbia, Pittore di San Paolo, Pittore del servizio Guidiccioni, Pittore di Cesare. Si tratta di una messa a punto che costituisce la piattaforma indispensabile su cui impostare le future ricerche.
La successiva disamina sulle maioliche devozionali, per lo più targhe e acquasantiere, è complementare ai capitoli precedenti, poiché presenta un aspetto di primo rilievo della produzione ceramica saldamente interconnesso con le maioliche figurate. Nel catalogo (cat. n.7) viene presentata una interessante targa devozionale attribuita a Montelupo, inizio del ‘600, che in passato avremmo preso come emblema della maiolica di Bagnoregio della fine del ‘600, con tutti i caratteri di un’influenza derutese che nel corso degli anni (dalla metà del Cinquecento circa fino a tutto il secolo successivo) ha preso forme autonome, originali rispetto ai primi modelli. Tale plausibile attribuzione pone molti intriganti interrogativi sulla ceramica devozionale del Seicento e ci obbliga a prendere in considerazione i maestri di Montelupo all’interno del fenomeno del continuo scambio di oggetti e circolazioni di maestri che lega saldamente Deruta e l’alto
Lazio. Inoltre, la rilevante presenza di uomini di Montelupo attivi nel lavoro dell’argilla in particolare a Roma nella seconda metà del Cinquecento e nella prima metà del Seicento, apre un nuovo e interessante campo di indagine che potrà arricchire di nuovi dati il quadro della diffusione dei modelli montelupini nella Penisola.
Con il primo volume edito nel 2012 si compone dunque un quadro coerente, sui maestri attivi a Montelupo nel Cinque e Seicento, che è ora possibile comparare con altri centri produttivi, non solo puntualmente ma anche nell’ampiezza della sua linea evolutiva lungo i due secoli. Dopo i fondamentali studi di Fausto Berti sui dati archeologici, sulle famiglie dei vasai, sui luoghi di lavoro, l’analisi di Carmen Ravanelli Guidotti mediante un approccio storico-artistico introduce una quantità di dati nuovi che – come si è detto – integrano e rivalutano le informazioni precedentemente note.
Il volume si apre con una breve introduzione del collezionista Carlo Bardelli in cui sono evidenziate le ragioni della raccolta e la nascita della passione per le ceramiche: «… non mi sono mai sentito un ceramologo ma solo un collezionista di reperti ceramici. Mi manca lo istinto scientifico dei grandi della ceramica. Ho soltanto l’emozione della scoperta e il godimento che questa suscita nella compenetrazione con colui che concepì l’oggetto del mio desiderio». Lo studio della maiolica non può fare a meno di una stretta collaborazione con i collezionisti privati, ed il volume di Carmen Ravanelli Guidotti è il frutto del miglior esempio della partecipazione di privati a progetti dall’alto profilo scientifico.
Maioliche di Montelupo
Stemmi, ritratti e “figurati”