Tra palle, giostre e capriole di un mondo ludico scomparso
Toscana Oggi, 07-06-2020, Lorella Pellis
Chi ha nostalgia dei passatempi tradizionali, alcuni davvero antichissimi, può leggere il bel compendio illustrato firmato da Alfredo Altieri e Alfredo Scanzani edito da Sarnus nella serie dei «Toscanoni», di Lorella Pellis

Le corse coi sacchi (una volta si diceva «con le cappe a piè»), le partite a pallone («a palla grossa»), il nascondino (anche detto «rimpiattino» o «fare a cucco»). Non è colpa del lockdown e del distanziamento sociale se ai bambini mancano tanti bei giochi di una volta: a soppiantarli ci hanno già pensato, in tanti casi, cellulari e tablet. Nel tempo degli smartphone e di videogiochi più sorprendenti della fantasia, all’alba di una rivoluzione tecnologica che sta proiettando la vita dell’uomo ( comprese le attività ludiche) in un’era digitale che fino a ieri apparteneva alla più ardita e spedita fantascienza, ha senso parlare di giochi praticati in periodi lontani? La risposta è sì, parlarne ne vale la pena. I giochi veraci e innocenti, infatti, restano custodi di perdute ritualità, esercizi
fisici, culture millenarie, saperi di ogni classe sociale. Chi ha nostalgia dei passatempi tradizionali, alcuni davvero antichissimi, può leggere il bel compendio illustrato firmato da Alfredo Altieri e Alfredo Scanzani intitolato Giochi a Firenze e in Toscana nel Rinascimento (pagine 144, euro 12), edito da Sarnus nella serie dei «Toscanoni». Il lavoro di Altieri e Scanzani ha avuto inizio dopo aver consultato un manoscritto cinquecentesco contenente, oltre allo scarno elenco di giochi, l’illustrazione di esercizi ginnici e prove di forza, esibizioni di destrezza e qualche canzoncina. Naturalmente nel volume non si parla soltanto di attività «atletiche»: c’è spazio per le carte, i dadi, gli scacchi, i giochi da tavolo come lo sbaraglino, più conosciuto come Backgammon. Gli autori, giornalisti di vecchia data ed esperti di tradizioni popolari, hanno attinto da antiche cronache e vecchi trattati per ricordarci come il gioco in sé sia da sempre un diritto , oltre che un impulso naturale. Giostre e capriole, palloni, zuffe,
filastrocche e tante, tantissime corse all’aria aperta sono inoltre strumenti per addestrare la memoria o esercitare il corpo, ma anche imparare a socializzare e, perché no, a evitare i pericoli. Strumenti che aiutano il fanciullo a diventare grande, e l’adulto a tornare un po’ bambino. «Stare insieme e ridere di cuore per un niente – spiegano Altieri e Scanzani - riesce soltanto ai piccoli. Essi sono scaltri per natura, furbi, sanno come vivere la bellezza del gioco e della vita. Osserviamoli, ascoltiamoli, rispettiamoli, torniamo a riscoprire con loro gentilezza e allegria, incatenando ai bordi del campo quella malizia degli adulti che da sempre trasforma il gioco in uno sciocco, rovinoso azzardo». Uno dei giochi più belli resta, senza dubbio e da sempre, quello di inventare e cantare ninne nanne ai più piccoli, invitandoli a dormire augurando loro sogni gioiosi. Dopo aver parlato di passatempi praticati nel Rinascimento, nell’appendice del volume gli autori propongono alcune nenie che risalgono a quei secoli.
Giochi a Firenze e in Toscana nel Rinascimento