La città dei politici. Vittorie e schiaffi nella corsa ai voti
La Repubblica, 28-02-2020, Fulvio Conti
Come il maggiore Drogo del Deserto dei Tartari, asserragliato della Fortezza Bastiani, Eugenio Giani aspetta invano che arrivi il Nemico. Ma la coalizione di destra tarda a indicare il nome dello sfidante e la campagna elettorale si consuma in questa attesa infinita assumendo aspetti surreali. Renzi dal conto sua lancia fra le ruote del governo l’idea del “sindaco d’Italia”, ennesima proposta di riforma istituzionale che avrebbe probabilmente lo stesso esito nefasto di quella frantumatasi contro lo scoglio referendario del
4 dicembre 2016.
Queste considerazioni sul presente invitano a uno sguardo comparatico col passato. E ne offrono lo spunto alcuni libri recenti sulla lotta politica a Firenze fra Otto e Novecento, pubblicati a cura di Pier Luigi Ballini, già ordinario di Storia contemporanea e assessore alla cultura nella giunta Morales nei primi anni novanta. Libri che colmano un vuoto di conoscenze sulla storia dell’elite amministrativa locale e si prestano a riflessioni interessanti. Per esempio, ci dicono molto sulla lunga permanenza
al potere del ceto aristocratico. La fine della dinastia lorenese e la nascita del regno d’Italia non segnarono alcuna discontinuità. Dopo l’unità tutti i sindaci furono esponenti della nobiltà cittadina: Cambray Digny, Ginori, Peruzzi, Bastogi, Corsini, Torrigiani, Guicciardini. Se dovette attendere il 1902 perché in Palazzo Vecchio s’insediasse il primo sindaco di estrazione borghese, Silvio Berti, che conservò la carica solo mper pochi mesi prima di lasciarla nuovamente a un nobile, il marchese Niccolini.
Firenze e la Grande Guerra
Vicende di una città lontana dal fronte