Il dress code del Medioevo
Corriere fiorentino, 03-01-2020, Chiara Dino
Libri. Le vesti delle donne via via si assottigliano e gli uomini indossano i progenitori dei pantaloni. Così la moda impara l’arte della seduzione, ma con dei distinguo. Il saggio di Roberta Orsi Landini

È un terremoto nella storia del costume. E arriva nel Trecento contemporaneamente all’inasprirsi della censura. È il terremoto della moda, non proprio come la conosciamo noi ma certamente come non la si conosceva prima. Negli anni bui del Medioevo – uno non se lo aspetterebbe mai – uomini e donne, a Firenze e in Toscana, conoscono e interpretano l’arte di sedurre con abiti scelti. Con molte restrizioni, però, esplicitate in quelle leggi suntuarie che prevedono multe e gabelle per chi appare troppo licenzioso sospese solo nel 1326, durante il breve regno di Carlo d’Angiò, e quando, tra il 1342 e il 1343, Firenze viene governata da Gualtieri di Brenne, duca d’Atene.
Il fatto stesso che esse siano state emanate e fatte rispettare durante tutto il resto del secolo – ci suggerisce la lettura di Moda a Firenze e in Toscana nel Trecento (edizioni Polistampa) di Roberta Orsi Landini – fa capire come le cose stiano cambiando. E di molto.
Con dei distinguo, però, macroscopici. Sono le donne quelle a cui si richiede maggiore pudicizia e contrizione. «Sia Francesco da Barberino che Paolo da Certaldo e tutti i predicatori del tempo – si legge nel bel volume – sono concordi nel ritenere la natura femminile fragile e incline al vizio, quindi bisognosa di controllo e custodia “perché tutti i grandi disonori, vergogne, peccati e spese s’acquistano per femine”». Opinabile, ma tant’è. Il pregiudizio, duro a morire anche oggi, implica delle ricadute evidenti nei look dei fiorentini del XIV secolo. Ai maschi e solo a loro è concesso mettere in mostra muscoli e prestanza fisica.
Così, loro, dismesse le tuniche lunghe, in tutto e per tutto simili a quelle delle donne, cominciano ad agghindarsi con casacche che arrivano poco sotto il bacino e dei fuseaux ante litteram, cioè delle tute o lunghe calze,
che fasciano le gambe e altro. Anche le loro mogli, figlie, serve o amanti fanno uno scatto in avanti. In modo più sobrio apprendono a parlare con il corpo assottigliando le fogge dei vestiti che si stringono fasciando il busto e si allargano a campana in fondo, spesso con l’ausilio di cinture al punto vita. Se questo è a grandi linee quello cui si assiste se ci si catapulta con l’immaginazione per le strade della Toscana di sette secoli fa è scendendo nel dettaglio che si comprendono ancora più cose sulla cultura del tempo. Il libro si avvale, come fonti, ovviamente, di molte opere d’arte come il ciclo Allegoria ed effetti del Buono e del Cattivo governo di Ambrogio Lorenzetti a Siena e gli affreschi per il Camposanto di Pisa di Buffalmacco, oltre a molti fondi oro. Ma c’è anche molto altro nella bibliografia. Abbondano le novelle del Boccaccio e di Francesco Sacchetti oltre alla più volte citata Prammatica delle vesti (del 1343-45) in cui sono registrati gli abiti proibiti dopo la cacciata del duca Gualtieri di Brienne. Da lì si apprendono moltissime cose.
Per esempio che nei pochi «anni liberi» da restrizioni abbonda, soprattutto nelle donne, l’uso della seta meglio se di colori e fantasie elaborate e sgargianti. Nel suo Effetti del Buon Governo Lorenzetti arriva a raffigurare una danza di fanciulle abbigliate con tuniche di seta su cui sono raffigurate dei bruchi e delle farfalle: è l’apoteosi della celebrazione di questo nobile tessuto malvisto dai detrattori del lusso e adorato da chi non è legittimato ad usarlo. Ma, suggerisce l’autrice, la «caratteristica del secolo è l’abito dimezzato o dimidiato confezionato cioè con due o più tessuti diversi per colore e spesso per materia e decorazione».
Le donne più lodate e celebrate – non dimentichiamo che siamo in pieno amor cortese e Dolce Stil Novo – sono bionde. «Erano i capei d’oro a l’aura sparsi» scrive in uno dei sonetti del Canzoniere Petrarca. E il più prosaico Boccaccio – ma la fa anche il Sacchetti – ci informa che quelle
che non lo son0 naturalmente trovano comunque degli espedienti per schiarirsi le chiome. Si legge nel Corbaccio dell’autore del Decameron: «...e or con solfo e quando, con acque lavorate e spessimamente co’ raggi del sole i capelli, neri dalla cotenna produtti, somiglianti a fila d’oro fanno le più divenire». Queste chiome, poi, vengono pettinate con lunghe trecce raccolte sulle nuche o con degli chignon molto alti. I capelli sciolti sono considerati segni di disordine morale, così come delle aggiunte posticce di quelli che oggi chiameremmo parrucche o extension acconciate. Le signore, cioè le femmine maritate, sono obbligate a coprire il capo con veli che stanno a indicare la sudditanza al loro marito e le più ricche questi veli li acquistano a Bologna che è la città più all’avanguardia nel produrle. È vietato l’uso di gemme e preziosi ma sono accettate ghirlande e decorazioni di fiori. Sia gli uomini che le donne, poi, nel loro abbigliamento, non dimenticano mai di prevedere delle camicie. Ma sono indumenti che hanno una funzione diversa da quella di oggi. Sono ben più lunghi e ampi e vengono indossati come biancheria intima. Solo gli uomini sotto l’abito, oltre alla camicia, indossano anche delle «brache » che, pian piano, quando le giubbe si accorciano, dimezzano anche loro la lunghezza e che vengono tenute ferme con dei cordoni allacciati in vita. Poi abbondano le cosiddette gonnelle o tuniche, più lunghe nelle donne più corte negli uomini, sopra le quali vengono indossate le guarnacche, sopravesti che, solo nel caso di figure del sacro – come gli angeli dell’Incoronazione della Vergine di Iacopo di Mino del Pellicciaio – possono essere spaccate ai lati e riccamente decorate. Quello che accomuna uomini e donne è l’uso del mantello. E mentre si conoscono bene le scarpe maschili, a punta, con suola piatta e tomaia chiusa, poco o niente si sa di quelle femminili. Alle donne, ancora una volta, non era concesso quello che per gli uomini era normale. E cioè mostrare il piede. Troppo erotico.
Moda a Firenze e in Toscana nel Trecento