Angelo Annunciante esposto a Vinci
Il Tirreno, 05-10-2019, Paolo Santini
Nell’anno leonardiano, che ormai sta volgendo al termine della sua lunga corsa, c’è ancora spazio per gli ultimi fuochi d’artificio. Anzi, la chiusura col botto oltre che un classico in questo caso è anche uno straordinario punto di partenza per un centro espositivo nuovo di zecca – privato e finanziato interamente da collezionisti d’arte russi – che apre i battenti nel miglior modo possibile. Leo Lev apre oggi con una mostra d’eccezione nei locali recentemente inaugurati di Villa Bellio Baronti Pezzatini, in piazza Pedretti a Vinci. Il battesimo del fuoco per Leo Lev è di quelli importanti, per molti motivi. C’è in gioco l’attribuzione a Leonardo di una magnifica quanto misteriosa scultura in terracotta, ci sono partners d’eccezione come l’Opificio delle Pietre Dure e naturalmente c’è la suggestione del quinto centenario della morte del Genio. Insomma, gli ingredienti per chiudere alla grande l’attesissima annata leonardiana, che lascerà nel 2020 la scena nazionale e internazionale a Raffaello Sanzio, ci sono tutti. Svelati anche i dettagli che hanno condotto a confermare l’attribuzione, ormai risalente nel tempo, da parte
di Carlo Pedretti a un Leonardo giovane (senz’altro ante 1482), forse ancora nell’orbita della bottega del maestro Verrocchio. «La prima notizia che abbiamo di quest’opera – evidenzia Oreste Ruggiero, direttore del centro Leo Lev – risale al 1773 e racconta di un evento disastroso: un incidente aveva causato la caduta dell’angelo, letteralmente frantumatosi in 28 pezzi». Naturalmente la scultura fu alla meglio ricomposta da un artigiano locale, ma i segni del maldestro intervento erano ben evidenti. In più, quando ai proprietari di Leo Lev insieme a Carlo Pedretti – tre anni fa – venne l’idea di richiedere l’opera in prestito per esporla a Vinci, fu subito chiaro che sarebbe servito un restauro prima di qualsiasi esposizione. I munifici proprietari russi di Leo Lev, da veri mecenati, misero mano al portafoglio e proposero di accollarsi il finanziamento del restauro. Un’operazione da quasi 150mila euro, compresa la realizzazione di una copia. A quel punto entrò in gioco l’Opificio delle Pietre Dure: «La richiesta di eseguire un lavoro tanto impegnativo in meno di un anno - ha affermato raggiante Laura Speranza, del prestigioso
centro di restauro fiorentino - mi ha creato molte preoccupazioni. Alla fine in soli 9 mesi ce l’abbiamo fatta. Durante il restauro siamo riusciti a recuperare frammenti delle varie coloriture, ricavandone grandi sorprese». Infatti, con la rimozione delle pesanti ridipinture settecentesche, sono emersi pigmenti che riconducono inequivocabilmente la datazione della scultura al Quattrocento. «La scelta di materiali pregiati come la lacca rossa, l’azzurrite, l’oro, denunciano una committenza importante che non deve aver badato a spese». E qui il mistero si fa fitto, perché di questa scultura, prima del Settecento, per ora non sappiamo niente. «Durante l’intervento è emerso che l’artista, di livello veramente molto alto, – ha proseguito Laura Speranza – ha semplificato i volumi dell’opera affidando l’attenzione dei dettagli alla curatissima e preziosa policromia che oggi si può solo intuire». Ecco Leonardo. La mostra “Se fosse un angelo di Leonardo... L’Arcangelo Gabriele di San Gennaro in Lucchesia e il suo restauro”, curata da Ilaria Boncompagni, Oreste Ruggiero e Laura Speranza resterà aperta fino al 2 febbraio.
Se fosse un angelo di Leonardo…
L’Arcangelo Gabriele di San Gennaro in Lucchesia e il suo restauro