Tra le pagine di Rosai
Corriere fiorentino, 11-06-2019, Roberto Barzanti
Libri. Il teppista della ribellione, l’adesione ai Fasci, le solitarie riflessioni nella vecchiaia. In un volume a cura di Giuseppe Nicoletti raccolti gli scritti dell’artista lungo il Novecento

«Cammino in questa strada incassata fra due muri, chiuso in un silenzio quadrato. A un tratto la strada ha spalancato le braccia e mi s’è imprigionata con sforzo negli occhi insufficienti un’infinita pianura tutta verde, chiazzata qua e là da sparsi rettangoli color marrone e frustata nel vento di rami e di steli più scuri»: basterebbero queste poche righe, pubblicate nel 1931 su L’Universale animato da Berto Ricci, a mostrare quanto stretto sia talvolta il legame tra certe prose di Ottone Rosai e le prove più alte della sua pittura. La pagina trascrive le prismatiche forme d’un paesaggio che, partendo da Giotto e Masaccio, aveva attraversato Cézanne e Corot per strutturarsi in abbaglianti astrazioni geometriche. Ma gli Scritti dispersi di Rosai, pubblicati a cura di Giuseppe Nicoletti (Polistampa, pagine 552, euro 35), vanno letti non solo come contributi che soccorrono nel comprendere i fondamenti di una spasmodica tensione creativa: posseggono una loro autonomia, alternando toni e tagli assai diversi se non contrastanti. Documentano il Rosai teppista della ribellione giovanile di stampo futurista, l’eccitato orgoglio del volontario della Grande Guerra, la convinta adesione antiborghese al movimento dei Fasci e, infine, le solitarie e deluse riflessioni di un «temperamento tragico». Carlo Cordié aveva cominciato con devozione d’amico a raccogliere, in un libro involontario, articoli e interventi disseminati in riviste e giornali, ma non era riuscito a condurre in porto una fatica improba.
Nicoletti ha vagliato il materiale rimasto allo stato di progetto ed è riuscito finalmente a offrirci, dopo la trilogia formata con Il libro di un teppista (1919), Via Toscanella (1930) e Dentro la guerra (1934), il quarto composito libro, che completa pressoché esaustivamente il lascito di un autore che fu letterato a suo modo: rustico, sgarbato, aggressivo e pur ricco di aperture liriche e abbandoni autobiografici di risentita schiettezza. Fatto è che Rosai era pervaso da un’intima voglia di scrivere. Non è inesatto attribuirgli una specie di dantesco bilinguismo, che distanzia il compiaciuto vernacolo di un vitalistico primo tempo dalle distese meditazioni conclusive. Era inevitabile – e lui non si adontava – che i testi autografi fossero sottoposti a «capillari manipolazioni» in sede di stampa. In una succinta e rivelatrice nota editoriale non esitò a dichiarare: «Le strade della sua città, i suoi concittadini, gli servirono da libri e da loro imparò a dipingere» (1931). L’avventura di Rosai si avvita per intero entro il perimetro di Firenze e della sua campagna, ma sarebbe fargli torto chiuderlo entro un asfittico bozzettismo. Nelle scene del primo tempo, che coincide con gli anni tumultuosi dell’incombente statualità del fascismo, Ottone rappresenta un universo di derelizione e miserie.
«Di quel tempo di guerra civile – osserva Nicoletti – non v’è dubbio che le opere coeve di Rosai restituiscano cupe atmosfere come di faide municipali: sono interni urbani, chiassi e stradine illuminati da una luce obliqua e, ancora, interni di bettole e osterie dove gruppetti di avventori spauriti giocano a carte o ascoltano nell’ombra un concertino improvvisato». Nulla di celebrativo
si può rimproverare a Rosai. Che predilige i sommessi accenti patetici, con quelle vie senza che condannano ad un cammino tortuoso dove si affacciano buie finestre.
«Mai mi è venuto in mente – scandì nella cruciale Difesa del 1936 – di dipingere un cencio col fine recondito di farne una bandiera rivoluzionaria. Chi mi conosce profondamente fino a poter giurare sui miei sentimenti e il mio spirito, sa che giudicare in tal modo un mio quadro sarebbe come accusare un garofano di fare il socialismo». Rivendicò una modernità che non rinnegasse l’antico e anzi lo restituisse a nuova vita in un «primitivismo anticlassico». Come non avvertire l’assonanza con Campana, con Viani, con Tozzi, con Maccari, con una Toscana terragna e al tempo stesso europea? Apollinaire e Baudelaire non furono sconosciuti in riva d’Arno, grazie alla guida di Ardengo Soffici. Una parte cospicua del contratto discorso di Rosai è dedicata a rintuzzare le critiche che gli piovevano addosso per il suo passato di focoso squadrista: un cruccio invincibile. Rosai era stato vittima dell’abbaglio che catturò molti giovani della sua generazione spinti a mitizzare il magnetico capo Mussolini, non il sistema crudele della dittatura.
«Quel tanto di guerra e di rivoluzione ch’è fiammeggiato lungo il cammino della mia vita – si legge su Il Frontespizio all’altezza del 1937 – è stato per giungere dove siamo: la Patria e il Duce mi han sempre avuto con loro». Non falsificò i dati di una storia terribile. E cercò pace nella personale interpretazione di una città scrutata come una terra promessa: «tanto fiorentino – sbottò trentatreenne – che se non lo fossi non sentirei il bisogno di vivere». 
Scritti dispersi
Edizione postuma dalle carte di Carlo Cordiè